lunedì, 04 maggio 2009

HA APERTO IL NUOVO BLOG:

 

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postato da: riccardoblog alle ore 23:11 | Permalink | commenti
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giovedì, 20 novembre 2008

ARRIVEDERCI A TUTTI

IL BLOG E' UFFICIALMENTE CHIUSO

...a giorni provvederò al suo smantellamento...

R. L.

domenica, 13 luglio 2008

C'era una volta la satira
la tristezza di Piazza Navona

Una volta c'era la sinistra. E una volta c'era pure la satira. Una volta appunto. Lo tsunami elettorale di tre mesi fa di cui ho parlato nell'ultimo post (a proposito, per tutti quelli che hanno lasciato messaggi sullo scarso aggiornamento di questo blog: 1) ho davvero poco tempo; 2) cosa più importante, parlo solo quando HO QUALCOSA DA DIRE), ha spazzato via la sinistra dal parlamento, ha ridotto il centrosinistra parlamentare ad una forza debole e con pochissime risorse per un'opposizione degna di questo nome.
Non è la prima volta nella storia che questo accade. Di batoste simili, la sinistra ne ha accumulate diverse, nel corso dei decenni.
Tuttavia, da sinistra sono sempre arrivate infinite risorse per rialzarsi. Una di queste era la satira. Vale a dire quel modo disincantato, intelligente e cattivissimo di guardare il mondo, di affondare la lama sulle storture della politica, sulle ingiustizie e sulle peggiori bassezze del potere.
Questa era la satira. La satira di Dario Fo e Giorgio Gaber, di Michele Serra e di Cuore, del gruppo di Avanzi.
A Piazza Navona, durante il cosiddetto No Cav Day, è invece andata in scena la morte della satira.
Altre considerazioni.

1. Come già detto, per satira si intende qualcosa che riesca, contemporaneamente, a far ridere, a indignare, far riflettere e affondare la lama. Gli "spettacoli satirici" andati in scena a Piazza Navona, non credo avessero nessuno di questi ingredienti.

2. La morte della satira, è un'ulteriore vittoria di Silvio Berlusconi. O meglio, del berlusconismo, del qualunquismo, dei sensazionalismi, dello spettacolo a tutti i costi, delle sparate becere, della volgarità più bassa, della peggior televisione possibile.

3. Sabina Guzzanti, che ho sempre considerato una delle più grandi attrici comiche in circolazione, si è prestata ad uno spettacolo bassissimo, truce e volgare. Le battute sul Papa, per quanto la politica pontificia sia deprecabile, erano molto peggio di qualsiasi intrigo tra religione e potere. Perché non avevano nulla di intelligente, nulla di profondo, nessuna riflessione. Erano battute da bar, da peggior bar del mondo.  Le offese alla Carfagna poi, nonostante il ministro/velina sia figlia di quella stessa volgarità, ci riportano al peggior sessismo possibile.

4. Beppe Grillo. Quel continuo "vaffanculo...", possiamo continuare a contestualizzarlo quando vogliamo, ma resta un linguaggio qualunquista e populista. Insomma, il buon Grillo usa lo stesso linguaggio della Lega Nord.

5. Pancho Pardi. Che il senatore dell'Italia dei Valori, uno che ha girato tutti i partiti finendo per essere cacciato da tutti, si indigni per le critiche di Nanni Moretti nei confronti del No Cav Day, mi sembra proprio il paradosso dei paradossi.

6. Spero che la Guzzanti e Grillo, artisti intelligenti e dall'intelligenza quanto mai necessaria di questi tempi, ritornino sui loro passi, ritornino a usarla, quest'intelligenza. Ritornino in sostanza, a fare quello che ci si aspetti da loro: satira.
Perché, cari miei, esser buffi è davvero affare troppo serio.

 

martedì, 29 aprile 2008

La lunga notte

Catastrofe a sinistra – Persa anche Roma…

Nel mio blog il 16 aprile avevo scritto: “chiuso per lutto elettorale”. Commento semiserio, sdrammatizzante. In realtà prima di parlare volevo aspettare i risultati definitivi dei ballottaggi delle elezioni amministrative, specie quelle di Roma, per avere una visione più ampia, per capire quanto lunga (e buia) fosse questa notte.

Ora i risultati definitivi sono arrivati. Ora ho capito.

La destra ha ottenuto un risultato storico, netto, inequivocabile. Una vittoria clamorosa, senza precedenti, così epocale da far letteralmente impallidire quella del 2001. Per la sinistra, e per tutto il centrosinistra, una ecatombe devastante e senza appello, una catastrofe i cui significati vanno ben al di là di una semplice sconfitta elettorale.

Altre considerazioni.

1.      La destra ha ottenuto un risultato netto e straordinario. Da sinistra, eravamo abituati a leggere le vittorie della destra come vittorie di Berlusconi, del berlusconismo, delle sue televisioni, del suo strapotere mediatico, del suo assoluto e straripante leaderismo. Oggi siamo costretti a rivedere e ad accantonare questa semplicistica e per certi versi rassicurante analisi: la vittoria della destra è la vittoria della destra e basta, con o senza Berlusconi. Alle elezioni nazionali il successo della destra è stato così netto anche, e soprattutto, grazie al clamoroso exploit della Lega Nord. A Roma vince Alemanno, Alleanza Nazionale, con una campagna elettorale in cui Berlusconi è stato quasi completamente assente. Perde prima di tutto significato la teoria dell’antiberlusconismo frontale protagonista di questi ultimi anni. Ma soprattutto è necessario constatare  e prendere atto del fatto che l’Italia è un paese completamente spostato a destra, che gli italiani sono un popolo che ha scelto in maniera netta e inequivocabile, la destra (si ricordi che la destra, oltre Roma, amministra già da tempo anche Milano). Prendere atto del fatto che gli italiani hanno democraticamente consegnato le chiavi del governo e delle amministrazioni delle principali città italiane ad una coalizione ultraconservatrice, leghista ed ex missina. Una coalizione per la prima volta priva di Casini e dell’UDC, spogliata di conseguenza dell’ala moderata. Un’assenza, quella dell’UDC, che rende ancor più netta e decisa la scelta degli italiani.

2.     In democrazia il popolo è sovrano, ed è quindi scontato il riconoscimento della coalizione vincitrice. Ad ogni modo, chiamiamo le cose con il loro nome. A Roma vince Alemanno, fiero e convinto ex fascista, che porta orgogliosamente al collo la croce celtica. Tirare in ballo parallelismi tra fascismo e comunismo, tra ex fascisti ed ex comunisti è, almeno per quanto riguarda l’Italia (e tutto il mondo occidentale), immorale e ridicolo. La storia del comunismo italiano ha avuto i volti di Gramsci e Berlinguer, il socialismo di Matteotti e Pertini. La storia del fascismo quelli di Mussolini e di Balbo. C’è, se permettete, una bella differenza. Chiamiamo le cose con il loro nome. Alle elezioni nazionali ha stravinto la Lega Nord, il partito di Bossi, Borghezio e soci, il partito che parla la lingua del fucile, del turpiloquio volgare e sprezzante, dello sceriffato e della pistola facile, della violenza e dell’intolleranza. La lingua della pulizia etnica. Chi ha fatto queste scelte sia consapevole che saranno queste storie e questi linguaggi a governarci. Chissà per quanto.

3.     La sinistra è masochista e suicida. Esce a pezzi da questa tornata elettorale, un vero e proprio tsunami politico: la scomparsa della sinistra radicale, delle grandi culture politiche socialista e comunista, è una catastrofe sociale, acuita dal fatto che il PD difficilmente, visti i numeri della destra, potrà fare un’opposizione consistente e degna di questo nome. Una catastrofe che ha infiniti nomi, molteplici perché. Una sconfitta figlia di una lotta fratricida, di politiche spesso sterili, non più capaci di parlare alla gente, di comprendere i reali problemi delle masse, incapaci di radicarsi realmente nei territori. Veltroni ci ha illusi per un mese di campagna elettorale sbandierando un’inesistente rimonta. All’inizio della campagna il gap dalla destra era stimato tra l’8 e il 10%. Alla fine la destra ha vinto con il 9,5%. Ancora una volta abbiamo creduto alla falsa logica delle piazze: piene quelle di Veltroni, semivuote quelle di Berlusconi, senza aver ancora capito che la maggioranza dell’elettorato di destra è silenziosa (spesso non dichiara, né prima né dopo le elezioni, nemmeno il voto: vedi il disastro degli exit poll), non va in piazza, non partecipa ai dibattiti. Veltroni, e tutto il PD, è stato una grande illusione: non c’è stato il recupero, non c’è stato il grande rinnovamento, non c’è stato il gran salto che si prometteva, e al momento è solo un grande partito ondivago e incerto. Bertinotti, e tutta la sinistra radicale, si sono letteralmente suicidati. Orfani di un grande partito alleato, si sono gettati nella mischia quasi con rassegnazione, convinti che ad ogni modo il peggio non potesse arrivare. Il peggio è invece arrivato, cancellando tutta la Sinistra Arcobaleno dal parlamento. Una disfatta figlia di una politica arida, senza più comunicazione con niente e con nessuno, ostinatamente arroccata nella strenua e autoreferenziale difesa di una vecchia ideologia.

4.     C’è un problema di linguaggio, senz’altro, che riguarda tutto il centrosinistra. Non c’è più, a sinistra, un linguaggio capace di intercettare, comprendere e muovere le masse. Quello che in passato fu la grande forza del PCI, oggi sembra completamente scomparso. I voti della sinistra sono fagocitati dalla Lega Nord, si spostano tra le braccia di Berlusconi con una velocità e una disinvoltura a dir poco imbarazzanti. Credo questo, soprattutto questo, sia un dato che meriti ben più di una riflessione.

5.     La grande occasione la sinistra l’ha perduta sei anni fa. Tempo delle grandi manifestazioni, dei tre milioni in piazza, dei Girotondi, del Social Forum. Era la grande occasione, il momento storico maturo e ideale per creare un vero e grande soggetto politico di sinistra, completamente nuovo, dal basso, non più schiavo di vecchi schemi ideologici e finalmente proiettato nel futuro. Interessi partitici e assurdi egoismi incrociati mandarono quell’esperienza in soffitta. Di conseguenza oggi ci ritroviamo con un partito, il PD, senza mordente, e con un agglomerato, la Sinistra Arcobaleno, senza più rappresentanza istituzionale. A sinistra, al momento, ci sono solo macerie. Ci sarà bisogno, per tutto il centrosinistra, di un lento e doloroso percorso di ricostruzione a cui nessuno potrà sottrarsi, un percorso che dovrà passare per una spietata autoanalisi e ammissione dei propri errori, privo di facili e ancor più suicidi scaricabarile, per arrivare ad un vero e decisivo rinnovamento, all’elaborazione di un nuovo linguaggio, di nuovi contenuti, di forze e vitalità ritrovate.

6.     L’esito delle amministrative di Roma ha un significato enorme. E non tanto perché, per la prima volta dai tempi di Mussolini, siederà in Campidoglio un sindaco “nero”. Al primo turno Rutelli aveva sei punti di vantaggio. Un vantaggio polverizzato in soli quindici giorni, con Alemanno che trionfa addirittura con un distacco di sette punti. Segno di una destra viva e affamata, e di una sinistra stanca, spenta, senza più voce. C’è dell’altro, c’è di più. La portata della vittoria di Alemanno è tale da geografia politica dell’intera nazione. Roma, da sempre roccaforte della sinistra, pur al di fuori delle tradizionali regioni “rosse”, era fiore all’occhiello di quella “sinistra dei sindaci” moderna e sperimentale sotto gli occhi del mondo intero. La vittoria di Alemanno, e di AN, pone invece Roma come centro politico unificatore di quelle due tendenze, leghista al nord e clienteral-autonomista al sud, finora indipendenti, tenute insieme solo dall’autorità di Berlusconi. La vittoria di Alemanno è il collante definitivo, la quadratura del cerchio. La “marea nera” temuta da D’Alema si compie inesorabilmente: Roma ad AN, il nord alla Lega, il sud a Lombardo e l’Italia intera a Berlusconi.

7.     Pasolini, negli anni ’70, scriveva: “L’Italia è un paese ridicolo”. Mi sono chiesto spesso, se fosse ancora vivo, cosa avrebbe detto oggi Pasolini. Ora credo che oggi, se Pasolini ci fosse ancora, non se ne accorgerebbe nessuno. L’Italia è veramente un paese ridicolo, dove la pochezza culturale, morale e civile ha raggiunto proporzioni gigantesche. Un paese che trent’anni fa uccideva i suoi poeti e che oggi non riesce nemmeno a riconoscerli. Un posto bello ma inutile, completamente privo di memoria storica, un paese che disprezza sempre più la cultura, l’ambiente, l’educazione, disprezza la solidarietà, la meritocrazia; un popolo qualunquista, populista, razzista, maschilista, completamente rimbecillito dalla peggiore televisione del mondo, schiavo delle mode più becere, disinteressato a tutto tranne che alla difesa del proprio misero orticello, che disprezza l’impegno a favore di facili scorciatoie; smanioso dell’uomo forte che sappia pensare per tutti; un popolo tendenzialmente mafioso, amante della truffa e del raggiro, aggressivo, violento, guerrafondaio, sempre pronto a cambiar bandiera pur di stare dalla parte del più forte. Un popolo senza più alcuna qualità.

Quasi scontato, alla fine, che un simile paese abbia generato, ed eletto, la peggior destra possibile.

RICCARDO LESTINI

sabato, 15 marzo 2008

Lunediblog

02/ Tutti scrittori

Tra tutte le razze, quella degli scrittori è senza dubbio la più strana. Essa razza, piuttosto eterogenea, si compone di svariati sottogruppi e molteplici sfumature. Tutti però con un unico e gigantesco comune denominatore: rompono i coglioni. E nemmeno poco.

Ci sono, ad esempio, quelli che hanno pubblicato per puro caso, ovviamente a pagamento, tanto tempo fa. Poi non hanno pubblicato più, perché hanno finito i soldi. Li riconosci dall'andatura torva e sospettosa. Hanno l'ossessione del complotto: a sentir loro l'editoria italiana è un'enorme cospirazione nei loro confronti. Perché loro erano lì, a un passo dal successo, a un passo da Einaudi, Rizzoli, Mondadori. Loro avevano scritto il Romanzo con la erre maiuscola, loro sono letteratura, loro sono scrittori. Ma poi li hanno fatti fuori, schiacciati, calpestati, ridotti al silenzio. Troppo scomodi. Che poi, per carità, cose del genere succedono davvero, a volte. A volte appunto, mica sempre. Che esistano in Italia tutti sti scrittori scomodi distrutti dal sistema, più d'un dubbio ti viene.
E se per caso ti capita, come a me, di pubblicare con una casa editrice minuscola (che però non ti fa sborsare una lira e ti distribuisce pure), loro non ci credono. Devi pagare per forza. E se non paghi, sei complice. Hai venduto il culo al sistema.
"Chi ti pubblica a te?", mi fa un tizio, una volta.
"Gordiano Lupi", rispondo.
"E non ti fa pagare?"
"No"
Il poveretto era disorientato, ma non riusciva a sopportare un simile affronto. Ci pensa un po' e poi, pure se non sapeva minimamente chi fosse Gordiano Lupi, disse: "Lupi...ho capito: uno poco pulito, sicuramente sarete intrallazzati, tutti e due...". Gordiano ed io associati a delinquere per due libretti ignoti al 99% della popolazione?? Fantastico!!

Poi ci sono quelli ricchi. Si differenziano dai precedenti perché il soldo traboccante gli consente di pubblicare, con precisione svizzera, un libro all'anno. Ogni anno che Cristo metta in terra, questi scrittori sborsano un cinquemila/settemila euro per finanziarsi la pubblicazione di un libro con case editrici a pagamento. Se vai a vedere nei cataloghi, sotto il nome di questi soggetti, vien fuori una bibliografia sterminata, degna di Camilleri. Dieci, quindici, venti romanzi....che se poi li vuoi comprare, è impossibile trovarli. Le librerie non li ordinano, non vengono distribuiti, su internet spariscono alla velocità della luce...In due parole: venti romanzi che però, di fatto, non esistono. Ma guai a farglielo notare, a sti scrittori pluripubblicati: ti aggrediscono, ti vomitano addosso che sei invidioso, che non capisci un cazzo, che devi stare zitto, che a te ti pubblica Gordiano Lupi e solo per questo dovresti vergognarti. Il motivo per cui ti dovresti vergognare non è chiaro, ma tant'è. Meglio svignarsela e chiudere lì la polemica, altrimenti il pluripubblicato chiama in sua difesa i suoi duecento aficionados, amici e parenti che hanno presenziato a qualsiasi presentazione del genio alla presenza dell'assessore alla cultura locale, gli hanno comprato tutti i libri (senza sapere che stanno contribuendo a ripianargli le spese) e alla fine si sono davvero convinti che lui sia un grande scrittore.

Poi ci sono gli incompresi. Emaciati, pallidi, funerei, atteggiati a brutta copia di Baudelaire e Poe. Solitamente non hanno pubblicato niente. E, sempre solitamente, almeno a parole, ne vanno clamorosamente orgogliosi. Con fare ascetico, occhi socchiusi e folte chiome ordinatamente calanti sul viso, dicono: "La pubblicazione non mi interessa". Oppure: "Non scenderò mai a compromessi". E a te ti guardano con disprezzo, perché hai pubblicato con Gordiano Lupi, che loro, dicono, non ci pubblicherebbero neanche sotto tortura, che non si riconoscono nella linea editoriale, che non svenderebbero mai la loro Arte per così poco.
Quelli che, solitamente, se per caso poi un qualsiasi piccolo editore legge le loro cose e decide di pubblicarli, dall'editore ci vanno a piedi e di corsa, e poi tornano con il contratto in mano, sventolandolo come un trofeo, tronfi e insostenibili.

E che dire di quelli che pubblicano con un piccolo editore onesto, che non li fa pagare, ma che poi, tre mesi dopo la pubblicazione, quello stesso editore lo smerdano senza pietà?
Questa è, secondo me, la categoria più pericolosa. Son tizi che dalla roba che scrivono vogliono in cambio la gloria imperitura, vogliono essere osannati, riconosciuti per strada il giorno dopo l'uscita del volumetto, firmare autografi a pischelle adoranti. Ovviamente pubblicano il libro e tutto ciò non accade. Ci rimangono male, malissimo. Non trovano il loro libro negli autogrill e nei supermercati, sbraitano, sclerano: "Perché Faletti sì e io no?", urlano disperati. Vaglielo a spiegare che l'editoria è anche e soprattutto mercato, che  per essere ovunque ci vuole una casa editrice immensa, forte, che abbia milioni da spendere in pubblicità. Non lo capiscono. Se la prendono con l'editore che li ha pubblicati, che non li aiuta, che non ci crede abbastanza. "Tu pubblichi con Gordiano Lupi?", ti fanno, "E' uno stronzo, non manda il tuo libro negli autogrill e non ti fa firmare gli autografi!".

E quelli che non leggono? Quelli che orgogliosamente urlano: "Io scrivo, ma non leggo un cazzo...a che serve? Ti fai solo influenzare!". Oppure: "Pavese? Mi chiedi se mi piace Pavese? E che cazzo ne so? Mai letta una riga di quello lì...ma di quand'è? Milleottocento??".
Come se un matematico dichiarasse che, per il suo lavoro, non è così importante conoscere le frazioni....

E poi ci sono quelli che fanno il salto. Quelli che, alla fine, riescono a pubblicare con case editrici di maggiori dimensioni, hanno distribuzione nazionale, e sono tutti contenti.
Talmente contenti, che non ti salutano più. Ti guardano dall'alto e in basso, e con l'aria di chi la sa lunga, ti dicono: "Sei ancora con Gordiano Lupi? Mi dispiace per te..."

Insomma....tutti scrittori....e tutta colpa di Gordiano Lupi...

giovedì, 21 febbraio 2008

Lunediblog

01/ Nubi di ieri sul nostro domani

In quest’ultimo anno ho trascurato alquanto questo blogghetto (salvo per martellanti e spudorate pubblicità di me stesso), senza concrete ragioni a parte la stanchezza, piuttosto e anzicheno. Eppure di cose degne di scrittura&commento&approfondimento ce ne sarebbero a bizzeffe. Ma tant’è.

Alla fine però mi son detto perché non ricominciare a scarabocchiarci su con un minimo di regolarità? Mica tutti i giorni, tre volte la settimana neanche, due già si boccheggia, ma una, dico una, che male c’è? In fondo, il lunedì è il giorno più stupido della settimana e allora perché non perdere mezzora sopra il blog?

 

Perdiamola, quindi, sta mezzora benedetta.

 

Insomma, si torna alle urne. La legislatura (la più breve dell’historia patria) chiude il sipario senza troppi colpi di teatro, tranne tre fette di mortadella, due bottiglie di Asti Cinzano allungate col bicarbonato e il falso Neruda di Mastella. Un mio amico ha notato la singolare analogia tra la sparata intellettuale del segretario Udeur e l’aumento di vendite in libreria del vate cileno. Chissà….

 

La legge elettorale, tanto per dirne una a caso, è sempre quella. Cambiano però le alleanze. L’Unione, infatti, è morta, ella fu siccome immobile, non c’è più. Un altro amico, più cattivo del precedente, mi chiede: “ma perché, era mai esistita?”.  Mah. La sinistra, si divide (un terzo amico, il più cattivo di tutti, esclama dalle retrovie: “guarda che è divisa dal 1921, Congresso di Livorno, do you remember?”). Da una parte la Cosa Rossa, che non è un film di Dario Argento, ma il nomignolo della sinistra barricadiera, che candida leader Bertinotti, quello che aveva detto “dopo la Presidenza della Camera, mi ritiro e faccio il nonno”. Dall’altra il PD, con candidato Veltroni che, sempre a proposito di novità e di necessità di facce nuove, aveva detto: “faccio il sindaco di Roma e poi vado a fare il missionario in Africa”. La Lega dei Nonni e le Associazioni Pro Africa cercano personale: chi vuole, si faccia avanti. E c’è poi la Cosa Rossissima, a sinistra della Cosa Rossa, a sinistra di tutto, Turigliatto&soci, il cui programma è spudoratamente copiato dalla Comune di Parigi e dalle barricate di Lipsia, 1870 o giù di lì.

 

La destra, come al solito, batte qualsiasi possibile immaginazione. Berlusconi secondo i suoi sondaggi ha il 112% di vantaggio sugli avversari, fonda un partito in un pomeriggio (record assoluto: almeno Forza Italia era nata in un mese) strillandolo da una macchina e mostrando le stimmate dei suoi fans tatuate sul corpo (anche l’occhio vuole la sua parte, eccheccazzo!!).

Fini qualche settimana fa aveva strillato: “un partito con Silvio manco morto”. E adesso eccolo lì, intento a sciogliere Alleanza Nazionale nell’acido del PDL. Ma mica solo Fini…in questo benedetto PDL ci entrano tutti, ma proprio tutti: i neodiccì di Rotondi, i neopsi, la Mussolini, Dini (DINI!!!!!)…ma in fondo si sa, loro sono la Casa della Libertà, e come ci ricordavano a Tunnel negli eroici anni ’90, fanno un po’ come cazzo gli pare. Berlusconi, ad ogni modo, assicura una campagna elettorale incentrata sul fair play. Non è più il Caimano, giura.

Chiamato in causa, Nanni Moretti risponde: “quel film, oggi, lo rigirerei identico…non è cambiato nulla, siamo un paese senza speranza”. Una delle poche cose intelligenti sentite in questi giorni.

 

A proposito di Nanni, almeno un paio di bei film li ho visti. “Irina Palm” e “Caos Calmo”. Vogliamo dire qualcosa sulle veementi critiche della chiesa riguardo alla scena di sesso Moretti/Ferrari? No, non diciamo nulla, sennò m’incazzo di brutto.

È un film bello. Anzi bellissimo. E questo basta.

 

Cinema a parte, caos. E nemmeno calmo.  I miei giorni passano in una frenetica collezione di articolacci e incazzature varie. Da giornali più che illustri vengo a sapere che sta per essere lanciato anche in Italia il “Naked TG”, un telegiornale condotto da giornaliste (sic!) completamente nude. I medesimi giornali di cui sopra mi informano, sulla stessa pagina, che in Olanda è stato organizzato un reality show per fare confessare l’assassino di una minorenne e che, su un noto sito internet, personaggi strafamosi un po’ avanti con gli anni, raccontano le loro meravigliose esperienze con il Viagra. Il senso di tutto, ovviamente, mi sfugge e mi confonde, al punto che Stallone sessantenne che non pago presenta l’ennesimo Rambo mi sembra quasi rassicurante. 

 

In tutto questo pandemonio, pare sia uscito il mio nuovo libro, dedicato al G8. Mah. Un mio ennesimo amico, spietato, mi dà del cretino. A chi cazzo importa, nella nostra Italia, sentir parlare di diritti, verità e giustizia?

Sospiro e non posso far altro che dargli ragione.

That’s all folk!

 

mercoledì, 31 ottobre 2007

G8: GENOVA 2001/2007
Sei anni di pestaggi istituzionali

 

Sei anni fa ci furono i pestaggi indiscriminati per strada contro manifestanti inermi, le reclusioni coatte nei centri di detenzione temporanea, il massacro spaventoso alla scuola Diaz.

Sei anni fa ci furono i denti rotti, gli arti fratturati, le teste aperte, i polmoni fratturati, gli arrestati misteriosamente scomparsi per giorni.

Sei anni fa ci fu un omicidio.

Ma è accaduto veramente tutto questo? Ho quotidianamente a che fare con adolescenti: sedici, diciassette, diciott'anni, a volte anche più giovani. Di quei giorni del luglio 2001, ignorano anche l'esistenza. Conoscono a memoria la reconquista spagnola del '400, la peste nel Monferrato, o eventi recentissimi, come l'11 settembre o la guerra in Afganistan. Di Genova, niente. E se la differenza tra storia e oblio sta nella persistenza degli eventi, allora è lecito chiedersi se Genova sia mai esistita, se quei tre giorni di totale e arbitraria sospensione dello stato di diritto siano mai accaduti.

Di certo in sei anni le istituzioni hanno costruito una vulgata che dice che Genova 2001 fu un assedio guidato da orde di facinorosi, incendiari e devastatori, che misero a ferro e fuoco la città, costringendo le forze dell'ordine ad una azione repressiva che, loro malgrado, in pochi e circoscritti episodi, degenerò inevitabilmente in violenza.

I filmati, i documenti e le testimonianze dirette, smontano pezzo per pezzo la vulgata istituzionale, rovesciandola completamente. Ma i documenti sono sepolti da sei anni nel sottobosco della controinformazione, delle pubblicazioni indipendenti, del tam tam telematico. Sepolti dall'assoluto silenzio dell'informazione ufficiale.

Oggi, il capolavoro delle istituzioni si è definitivamente compiuto. È stata respinta la richiesta di una commissione monocamerale d'inchiesta sui fatti legati al G8 di Genova. A respingerla un governo di centrosinistra, lo stesso governo che aveva inserito la commissione nel programma elettorale. Direi, tristemente, che riguardo a Genova si chiude un ciclo: era stato sempre il centrosinistra (governo D'Alema) a pianificare il vertice genovese e a dare un primo esempio di "prova di forza" a Napoli, nel marzo 2001 (governo Amato). Ed è sempre il centrosinistra (Prodi II, giugno scorso) a "rimuovere" il capo della polizia De Gennaro per poi, prontamente, promuoverlo a capo di gabinetto del ministero dell'interno.

Il centrosinistra ha perso l'ennesima occasione per stare dalla parte dei diritti, della verità e della giustizia. Il parlamento italiano ha perso l'ennesima occasione di confrontarsi con la sua storia più recente, affrontando frontalmente un episodio che ha scandalizzato il mondo intero. Al contrario, ai pestaggi di piazza di quei giorni, sono seguiti soltanto altri pestaggi, istituzionali stavolta: l'archiviazione dei fatti di Piazza Alimonda, la richiesta complessiva di 225 anni di reclusione per i 23 manifestanti imputati di devastazione e saccheggio, la promozione di tutti gli alti vertici della polizia responsabili del massacro alla Diaz e, da ultimo, il rifiuto della commissione parlamentare d'inchiesta.

Così, di fatto, Genova non esiste più, condannata all'oblio perpetuo. Per continuare a farla vivere c'è bisogno di disseppellire i documenti, di mostrarli, farli conoscere.
Fare, in sostanza, quella grande operazione di trasparenza di cui l'Italia avrebbe assoluto bisogno e che, il parlamento, ha deciso di oscurare.
 
A questo proposito:
Il mio spettacolo, Con il tuo sasso , dedicato a quei giorni, torna ufficialmente (e necessariamente) in pista, ovviamente aggiornato a questi ultimi, deprimenti avvenimenti.

Come sempre, sono disponibile a farlo pressoché ovunque.

Sto organizzando in questi giorni le nuove date.

Chi fosse interessato (a vederlo o a organizzare una serata) mi contatti subito…
 
Riccardo Lestini
mercoledì, 05 settembre 2007

ON LINE
I CORTOMETRAGGI
DI RICCARDO LESTINI

LA SOLITUDINE DEL FIORE DI CARTA
(Italia, 2004, 14', b/n)

TI REGALO LA MIA TRISTEZZA
(Italia, 2005, 10', b/n)

Li trovate al seguente indirizzo:
http://it.youtube.com/riccardoblog

GUARDATELI - SCARICATELI -
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lunedì, 16 luglio 2007

La morte del femminismo
Le donne, l'Italia, l'Inghilterra...

Più o meno tre anni fa, a cena dopo uno spettacolo, si discuteva del "maschilismo" del teatro e del cinema italiano. Poco spazio per le donne, pochi ruoli veramente importanti, parti da protagonista quasi sempre maschili. Una ragazza mi faceva notare che anche nei miei spettacoli, quasi sempre i protagonisti erano uomini. Credo che questo sia normale, e non c'entri tanto con il "maschilismo". Penso invece sia fisiologico che, se a scrivere sia un uomo, allora il punto di vista che ne scaturisce sia quasi sempre essenzialmente "maschile". Il punto quindi è un altro: mancano autrici e registe. E mancano per la stessa ragione per cui mancano figure femminili nei posti chiave: politica, economia e finanza, dirigenze varie.
Si parla molto, in questi giorni, dell'articolo uscito in Inghilterra sulla mortificazione del corpo femminile che viene fatta in Italia, soprattutto attraverso la televisione. Gli inglesi, purtroppo, hanno colto nel segno. In Italia, paese che vive di televisione come pochi, la donna interessa solo se svestita, è una merce, un corpo da mostrare, un corpo per provocare, eccitare, è culo e tette al vento, nient'altro. Siamo letteralmente invasi da veline, letterine, paperine. La nostra televisione censura le trasimissioni sulla mafia e manda alle otto di sera ragazze in perizoma che fanno la doccia e la lap-dance. Ma quello che più sconcerta è l'inconsapevolezza e l'abitudine. Tutto questo è ormai così consueto che nemmeno ce ne accorgiamo più. L'articolo in questione riportava come immagine/simbolo la pubblicità della Telecom, dove nemmeno si vede il telefonino, ma in compenso si vede la Canalis a gambe spalancate e tette generose protese verso lo spettatore. Per noi è tutto normale: chi è che, per rispondere al telefono, non si mette in questa posizione?
Ma non ci fermiamo alla consuetudine. In Italia andiamo oltre. Ecco allora che all'articolo inglese, in tutta risposta, arriva una valanga di contestazioni indignate. La gente commenta: "gli inglesi pensassero ai fatti loro". Come se ci avessero ferito nell'orgoglio nazionale. Oppure su Repubblica leggevo ieri la reazione di Giulia Montanarini, ex velina, che diceva che le donne della televisione non sono affatto "mercificate"...e intanto, mentre rilasciava l'intervista, faceva la lap-dance in una vetrina di Napoli strusciandosi contro manichini maschili. Mah...
Il femminismo è morto? Sì, per quanto mi riguarda. C'è bisogno di una nuova, grande sollevazione "dal basso", di una massiccia presa di coscienza sul fatto che, in Europa (e sono le statistiche a dirlo), solo a Cipro le donne hanno meno importanza che in Italia. Ma di questa sollevazione se ne possono, e se ne devono, occupare soltanto le donne. Non è un "mi-chiamo-fuori" di comodo, ma una riflessione oggettiva. Se, ad esempio in politica, di "quote rosa" ne continuano a parlare deputati maschi, è praticamente inutile sperare che cambi qualcosa. Se il femminismo storico, negli anni Settanta, riuscì ad ottenere risultati straordinari, fu anche e soprattutto perché quelle donne ebbero l'immenso coraggio di estromettere completamente dalla loro lotta i maschi.
I maschi, quelli intelligenti, capiranno. E appoggeranno in silenzio.

sabato, 30 giugno 2007

La lunga notte di Genova
Uno spettacolo e i diritti negati

Esattamente quattro anni fa debuttava il mio monologo "Con il tuo sasso", dedicato al G8 di Genova. Fu l'inizio di un'avventura esaltante, che per tre anni mi ha portato in giro in tutta Italia, nelle situazioni più disparate. Stare tre anni "in tour" con lo stesso spettacolo è, per qualsiasi "teatrante", un risultato unico. Eppure quel monologo fu molto, molto più che teatro.
Fu una battaglia, prima di tutto. Una battaglia affinché si parlasse di diritti, di quei diritti calpestati, vilipesi, umiliati e offesi durante le terribili giornate del luglio 2001. Nel suo piccolo, quello spettacolo fu un eccezionale termometro per misurare la percezione dei fatti di Genova in tutta Italia. In tre anni è capitato di tutto: ho ricevuto insulti, accuse, minacce, addirittura un'aggressione in piena regola sul palco. Ma quasi sempre fu un successo: i dibattiti accesi, l'affetto della gente, la rabbia, le coscienze smosse, la voglia di gridare. E di cambiare. Girando, ho scoperto luoghi nascosti d'Italia, luoghi negli angoli più remoti dove si fa politica vera, tra la gente e per la gente, dove le persone discutono guardandosi in faccia (in Friuli, in particolare...per non parlare di Garessio, uno sperduto paesino del Piemonte). Altro che antipolitica...E ho conosciuto una quantità di gente veramente straordinaria.
I primi tempi del tour ero una trottola: non passava settimana senza che avessi due, tre, a volte anche quattro serate. Poi, l'ultimo anno, dall'autunno 2005 alla primavera 2006, le cose sono cambiate. Le serate che si facevano sempre più rare avevano un significato ben più profondo del "calo fisiologico" a cui ogni spettacolo, per forza di cose, è destinato dopo tre anni di repliche ininterrotte. Significava il calo di attenzione e di interesse per tutta la questione Genova. E potrebbe anche sembrare normale non avere più interesse per una questione vecchia, ormai, ben sei anni. Ma normale non è, non lo è per niente. Perché la lunga notte di Genova non è affatto finita. In questi sei anni non si è riusciti a venire a capo di niente, nessun processo ha avuto conclusione, spesso nemmeno un inizio. Piazza Alimonda, per esempio. In quanti sanno che la questione sull'omicidio di Carlo Giuliani è stata archiviata senza che si svolgesse un vero processo? E tutte le violenze di strada? Dove è stata fatta, veramente, giustizia? Per non parlare poi del caso più clamoroso, la scuola Diaz. Per quella storia "cilena", ci sono prove inoppugnabili: pestaggio indiscriminato di manifestanti inermi (e assolutamente innocenti), insabbiamento, depistaggio, introduzione da parte della stessa polizia di due molotov all'interno della scuola per incriminare gli occupanti di associazione a delinquere, lesioni fisiche aggravate, confessioni inequivocabili dall'interno della stessa polizia. Uno tra i processi più complicati della storia, quello della Diaz, che vede imputati alcuni tra i più alti vertici della Polizia Italiana. Non semplici agenti, ma uomini che occupano posizioni chiave ai vertici della polizia (e quindi della politica) italiana. Di quel processo non se ne è mai parlato, stampa e televisione hanno taciuto, così come hanno taciuto sulle innumerevoli contraddizioni e incongruenze relative a Piazza Alimonda, sui misteriosi depistaggi e insabbiamenti che circondano la morte di Carlo.
Quello spettacolo, nel suo piccolo, voleva anche e soprattutto informare, sopperire alla mancanza, in Italia, di un'informazione vera, degna di questo nome, alla mancanza del coraggio, sempre in Italia, di guardare dentro il proprio marciume, dentro la degenerazione becera che, continuamente, vede protagoniste le istituzioni.
Oggi si torna a parlare di Genova. Il capo della polizia De Gennaro è stato iscritto nel registro degli indagati per le vicende legate alla scuola Diaz. Sarebbe da gridare un Alleluja di liberazione, e forse sarebbe da scrivere un bel monologo comico sul fatto che il nuovo capo della Polizia si chiama Manganelli, ma il tutto getta ancor più nello sconforto.
Con Manganelli non cambia assolutamente niente, e De Gennaro, nonostante le indagini a suo carico, viene prontamente "dirottato" al ministero dell'Interno, braccio destro di Amato.
Mi sento preso in giro, come cittadino prima di tutto. E poi Genova ce l'ho ancora sulla pelle, negli occhi, anche se da quei giorni tremendi tornai miracolosamente illeso (avevo altre ferite, dentro...). Mi sono spesso chiesto, in quest'ultimo anno, e soprattutto in questi giorni in cui si è tornato a parlare di Genova, se anch'io non fossi stato vittima del "calo fisiologico", se anch'io, davanti al calo d'interesse e d'attenzione per il G8, non mi fossi rassegnato, tirando i remi in barca stanco e deluso, rinunciando a proporre ancora, dopo tre anni, il mio piccolo monologo. Forse sì. O forse quello spettacolo non ha più niente da dire. Andrebbe aggiornato, oppure ne andrebbe scritto un altro. Un altro in cui si parlasse di processi negati, di rimozioni dagli incarichi che si trasformano misteriosamente in promozioni, di trecentomila persone che quei giorni lontani del luglio di sei anni fa calpestarono asfalto rovente con addosso la paura di morire e che, ancora oggi, aspettano giustizia.
Forse lo farò. Se interessa qualcuno.